| Scritto da Calcio Femminile,
31-03-2009
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Intervista a Marianna Gramieri, 28enne di Colletorto, calciatrice
della G.S. Femminile Larino. «Sono cresciuta a pane e Maradona»
racconta la giovane, che non nasconde come anche fra le donne ci siano
tanti dei problemi che affliggono lo sport nazionale: «Spesso le
partite finiscono in rissa» racconta lei. Dai primi calci assieme ai
maschi nella squadra del paese ai tanti sacrifici di una calciatrice,
Marianna racconta a Primonumero.it quanto sia difficile vincere i
pregiudizi della gente. |
Ha una passione viscerale per il calcio, tanto da averci persino
scritto una tesi di laurea. La sua è una di quelle famiglie col pallone
nel sangue. In campo è un mediano tutto grinta e temperamento. Ogni
domenica si batte sui campetti di periferia del dimenticato Molise. Non
ci sarebbe niente di particolare, se stessimo parlando di uno dei tanti
ragazzi che giocano a calcio nelle centinaia di squadre della regione.
La sua particolarità è essere donna in un mondo estremamente
maschilista. Lei è Marianna Gramieri, 28enne calciatrice originaria di
Colletorto ma trapiantata da pochi mesi a Termoli, dove cerca lavoro
«ma fino ad ora non ho trovato granché». Lascia perplessi pensare al
fatto che il calcio femminile sia ancora uno sport di nicchia in una
Nazione che, sportivamente parlando, vive quasi esclusivamente di
pallone. La sua storia è perciò simile a quella di tante donne che nel
nostro Paese giocano a calcio dimenticate dai media e dal grande
pubblico. Dai primi calci da bambina ai pessimi rapporti coi colleghi
uomini, passando per i tanti problemi che il calcio femminile condivide
con quello maschile, Marianna racconta a Primonumero.it quanto sia
difficile essere una calciatrice dalle nostre parti.
Da dove nasce la tua passione per il calcio?
«Me l’ha trasmessa la mia famiglia. Mio zio giocava a livelli
amatoriali e lo stesso mio fratello, che ora allena una squadra nel
nostro paese, Colletorto. Da piccola a casa esisteva solo il calcio. Si
può dire che sono cresciuta a pane e Maradona».
Hai provato anche altri sport?
«Da piccola mia mamma ha provato a farmi fare danza, ma non faceva per
me. Ho fatto un tentativo con il kick-boxing, ma è il calcio il mio
sport. Dico sempre che non so giocare, ma mi piace»
A che età hai iniziato? «La prima volta non me la ricordo
nemmeno. Avrò avuto 4-5 anni, non so. Da bambina giocavo insieme ai
maschi, perché in Italia funziona così fino ai 14 anni. Poi per un po’
non ho potuto continuare per limiti di età, però continuavo ad
allenarmi con mio fratello. All’epoca non sapevo nemmeno dell’esistenza
di squadre di calcio femminile nella nostra regione».
Quando lo hai scoperto? «All’università, a Campobasso. Ho saputo
che c’era una squadra e mi sono fatta avanti. Sono rimasta a giocare lì
per 2 anni, poi ho avuto un infortunio alla caviglia e ho lasciato la
squadra. Dopo un’esperienza nel calcio a 5, sono passata alla G.S.
Femminile Larino, che è la mia squadra da quattro anni. Disputiamo il
campionato di serie C regionale, composto da 9 formazioni, di cui una
campana».
Ammiri qualche giocatore in particolare e per quale squadra fai il tifo?
«Sono tifosa della Roma, anche se in famiglia tengono per il Napoli. Di
fatti in famiglia ci ‘attacchiamo’ sempre. Il mio idolo è invece un
milanista, Rino Gattuso, per il modo in cui gioca, con grinta. Io sono
un po’ come lui».
Hai un soprannome, un nomignolo in campo?
«Le mie compagne di squadra mi chiamano ‘Puma’. E’ un soprannome nato
per caso, durante una partita diversi anni fa. Me l’ha affibbiato una
compagna di squadra, un po’ per la marca di scarpette che indossavo, un
po’ per un tatuaggio che ho e un po’ perché all’epoca giocava nella
Roma il brasiliano Emerson, detto Puma, appunto. Ci sono vecchie
compagne di squadra che quando mi incontrano mi chiamano ‘Puma’. Il
nome Marianna se lo ricordano in poche».
Tu hai giocato anche a livelli più alti, in serie B col Campobasso.
Se avessi la possibilità, lasceresti la tua squadra e la tua famiglia
per un’avventura in una squadra più importante?
«Penso di no, soprattutto perché ormai ritengo la squadra come una
famiglia. Quando scendi in campo, non giochi per te, ma per la squadra.
C’è molta amicizia fra di noi».
Come si comportano le ragazze quando scoprono che giochi a calcio?
«Con le donne non ho problemi. Sì è vero, mi dicono che è uno
sport da uomini, ma poi sono anche incuriosite. Ho anche provato a
trascinare qualche amica al campo, ma molte si tirano indietro quando
vedono i sacrifici che ci sono da fare, sono spaventate dall’idea di
fare allenamento sotto la pioggia ad esempio. E poi molte di loro sono
più attirate dai calciatori che dal calcio».
Con gli uomini il rapporto è un po’ più conflittuale vero?
«Assolutamente sì. La prima domanda che ti fanno tutti è: ‘cosa fate
negli spogliatoi?’ Poi fanno domande e battute sui nostri gusti
sessuali. Per noi è offensivo. Per l’aspetto tecnico è anche peggio. Ti
deridono, sono sicuri che siamo delle schiappe. Poi, quando ti ci
ritrovi a giocarci contro, finisce che non gli fai vedere palla e ci
rimangono malissimo. Sono pieni di pregiudizi, oltre che maleducati».
Ritieni che il calcio sia un mondo maschilista?
«Penso proprio di sì e già da bambini. Mi capitava sempre, quand’ero
piccola, di essere mandata in porta solo perché ero donna. A Colletorto
c’è una bambina di 10 anni che vuole giocare a calcio, ma incontra
mille difficoltà, a cominciare dai bambini che non le passano la palla.
Poi il fatto di doversi allenare insieme fino ai 14 anni non aiuta.
Tante bambine mollano ed è anche per questo che il calcio femminile in
Italia non prende piede».
Ci sono poi i sacrifici di cui parlavi prima. Ce n’è uno che pesa più di altri?
«Personalmente la cosa che pesa di più è il dover andare a dormire
presto il sabato sera perché il giorno dopo c’è la partita. I miei
amici poi mi sfottono sempre. Un’altra cosa brutta è dover giocare
spesso nei giorni di festa, tipo Ognissanti o l’Immacolata. Spesso mi
scontro con i miei genitori perché almeno nelle ricorrenze festive mi
vorrebbero a casa».
L’ambiente del calcio femminile è sconosciuto ai più. C’è un clima
più tranquillo rispetto a quello maschile o i problemi sono simili?
«Di certo non abbiamo il pubblico del calcio maschile. Ci seguono solo
amici, parenti, che vengono più per prenderci in giro che per
sostenerci. Ma sia sugli spalti che in campo i problemi sono simili».
Spiegati meglio.
«Ad esempio dagli spalti ci insultano, spesso anche pesantemente, o se
la prendono con l’allenatore. In campo, poi, spesso finisce in rissa.
Sono partite molto sentite, in campo ci sono tante provocazioni e a
volte si arriva alle mani».
Il rapporto con l’arbitro invece è più benevolo?
«Mica tanto. Una volta un direttore di gara ha persino chiesto al
nostro mister quanto fosse il tempo di gioco! Il problema è che ci
mandano degli arbitri incompetenti, anche loro pieni di pregiudizi
verso il mondo del calcio femminile. I giornali regionali poi, non si
curano affatto di noi. Quest’anno però abbiamo deciso di fare qualcosa
di speciale»
Cioè?
«Abbiamo preparato un calendario con foto nostre sia per racimolare
qualche soldo per mandare avanti la nostra squadra, sia per dimostrare
che non siamo tutte brutte come pensa la gente».
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